Ennio Calabria

  • Ennio Calabria - Ritratti di Giovanni Paolo II 2002-2005

Intervista a Ennio Calabria

a cura di  Ida Mitrano

in "Ennio Calabria. Ritratti di Giovanni Paolo II 2002-2005"
Istituto Italiano di Cultura Cracovia, 2008

D. Quale necessità l’ha spinta a ritrarre la figura di Papa Giovanni Paolo II, cui ha dedicato un ciclo consistente di opere, ed a misurarsi con un’immagine iconografica così potente?

R. In questi ultimi quindici anni della mia ricerca ho cercato di capire i nuovi processi mentali e mi sono trovato in una condizione di perdita di rapporto con gli oggetti, con la realtà. Mi sono reso conto poi che non si trattava solo di una condizione personale, quanto invece di una condizione generale. Oggi non riusciamo più ad identificare gli oggetti in modo complesso: da un lato li usiamo, e proprio per questo non ne percepiamo la carica simbolica, dall’altro gli spessori del mondo esterno entrano dentro di noi e si collocano al di sotto della nostra percezione consapevole. Il fatto è che non c’è più una distanza mentale tra noi e gli oggetti a causa dell’alto livello della velocità degli scambi. Gli oggetti ci entrano dentro e noi non siamo più in grado di percepirli di nuovo, perchè ne perdiamo i confini. Per molti anni mi sono trovato in questa circostanza di vuoto, tentando in qualche modo di ricollegarmi ad un oggetto esterno fino ad incontrare il volto del Papa. Istintivamente ho sentito che questo volto aveva una risonanza nel mio profondo, probabilmente perché è stato uno dei pochissimi luoghi iconografici dove si appuntava a livello complesso la possibilità identificativa collettiva. Da questo punto di vista il Papa mi è apparso come poteva apparire ad un artista del Cinquecento una crocifissione.
Credo che questa sia la ragione cosciente che mi ha spinto a dipingere il Papa. La ragione profonda è invece quella che egli deve aver prodotto qualche risonanza dentro di me. Probabilmente per ragioni che io ignoro, il suo volto è diventato il riferimento esterno capace di muovermi dalla condizione dello spaesamento.


D. Dal punto di vista, invece, pittorico cosa le ha consentito l’incontro con l’iconografia del Papa?

R. Prima l’artista si trovava di fronte ad una strada concreta, fisica, identificabile, o identificata, e sognava di andare oltre, ossia immaginava quella particolare strada dentro un contesto relativo come è appunto la tangenziale, intendendo per tangenziale una sorta di simbolo che in qualche modo riproduce il carattere circolare della mente. Nel mio caso, che naturalmente corrisponde agli infiniti casi di altri individui che oggi vivono il nostro tempo, io sono la tangenziale senza neanche la segnalazione dell’imbocco delle strade, come avviene invece nella realtà. Io sono in una sorta di circuito, che da questo punto di vista supera il sistema abecedario della mente e da questa condizione di vuoto, di vuoto tangenziale, l’immagine reale del Papa ha agito come uno stimolo in qualche modo sintomatico, si è concretizzato in me come forma significativa entro il relativismo. Da questo punto di vista è chiaro che l’immagine del Papa e la potenza iconografica del suo corpo schiacciato dal peso del mondo hanno consentito alla strategia del vuoto psichico, nel quale io e il mondo che mi circonda siamo sprofondati, di attivarsi e per un attimo da questa sorta di crogiuolo si è ricostituita una possibile immagine comunicabile.

D. Secondo lei, dunque, l’incontro con la storia ormai è possibile soltanto attraverso ciò che in qualche modo è precipitato dentro di noi?

R. Si, infatti io lo definisco re-incontro, cioè nel senso che è come se noi la storia l’avessimo fisiologizzata, come se fosse diventata le nostre gambe. Il punto è che dobbiamo comunque in qualche modo riconoscerla e restituirla al mondo esterno. Se una volta io elaboravo la realtà a livello della coscienza, oggi questa elaborazione avviene dentro di me, fuori dalla mia consapevolezza. Solo quando si creano le circostanze fortunate di un elemento esterno che ti risuona dentro e ti invia degli stimoli che sono poco più che sintomi, cioè una specie di input preconscio e preverbale, si determinano le circostanze per cui noi riconosciamo l’immagine del mondo che si era occultata in noi e cerchiamo di restituirla di nuovo all’esterno. Elaborata non più come copia, come documentazione pura e semplice della realtà, pur avendo a che fare con essa, quell’immagine si propone come un nuovo testo su cui si ricostituisce l’unità della personalità psichica.

D. Questo spiegherebbe anche la produzione di ritratti così diversi e numerosi del Papa?

R. Si, perché ogni qualvolta si verificano queste circostanze io non so che tipo di risposta darà il mio profondo. Basti pensare che non imparo le forme che realizzo. E’ come se la mia parte cosciente fosse in qualche modo una sorta di comprimario in rapporto a questo nuovo soggetto che si mette in moto. Io sostanzialmente facilito il parto, ma non so quando il parto avverrà, con quali modalità e che cosa nascerà. Per ragioni che qui ovviamente sarebbe troppo lungo definire, oggi viviamo la dimensione complessa della nostra personalità in una condizione di spaesamento. Essa esiliata dalle dimensioni pragmatiche e funzionali della società subisce sempre meno il condizionamento di un super-io sociale ed agisce in modo spesso ingovernabile. Ce ne accorgiamo quando, ad esempio, ci troviamo al cospetto di spaventosi fatti di cronaca in cui gli effetti ci appaiono incomprensibili e sperequati in rapporto alle cause che ne identifichiamo. Allora il grande problema è appunto quello di rifondare una nuova relazione oggettuale nel nostro profondo, vale a dire di una possibile coniugazione della funzione della ragione dentro lo spaesamento. La ragione stessa che a livello della società pragmatica si può definire una sorta di razionalità, che ci consente di pensare, di riflettere, ma sempre attorno ad un dato puramente esterno, nella sua forma complessa pur partecipando dello spaesamento non scompare, ma deve porsi come una cellula dell’organismo psichico, capace in sè di garantire nella perdita dell’orizzonte l’orientamento della coerenza.

D. Cosa l’ha più colpita della figura del Papa?

R. Certo si può parlare a lungo di quelle che sono state le sue grandi doti, ma questo Papa non mi appare come un mediatore. Sembra strano dire questo di lui, ma è un esempio da osservare come personaggio che ha vissuto ad un livello altissimo una sorta di autoreferenzialità pura. Giovanni Paolo II non esponeva un’operazione culturale, politica, ideologica, teologica, ma esponeva un complesso psico-fisico determinatissimo e per questo poi finiva per diventare dinamite a contatto con il mondo esterno. Sembrava un Papa apertissimo da un lato e chiusissimo dall’altro, perchè ascoltava soltanto le proprie cellule e per questo finiva col dare forza di visione alle sue apparizioni esterne, alle tematiche sulle quali si gettava, al suo contatto con gli altri. Da questo punto di vista la sua autoreferenzialità mi ha affascinato. L’assenza di ogni mediazione, ma invece l’affermazione di sè, la capacità di rimettere in moto una dialettica, ha prodotto una risposta in qualche modo complessa in milioni di individui. Giovanni Paolo II ha parlato un linguaggio, che è quello della poesia. Le cose che diceva avevano una risonanza, perchè c’era il concorso e il coinvolgimento di tutta la sua personalità nel determinarle e non derivavano invece da un calcolo politico, una strategia o una diplomazia.
Mi hanno colpito le movenze del volto del Papa, lo spirito con il quale si è posto di fronte a qualsiasi interlocutore, i sintomi che ha sempre mandato all’esterno al di là delle parole. Non credo che ci potesse essere in occasione della sua morte una tal presenza di persone, se lui non avesse in qualche modo parlato anche un linguaggio subliminale. Del resto oggi non è più possibile comunicare in modo ampio, in modo diacronico un contenuto complesso, ma soprattutto, non è più possibile pretendere che l’altro lo legga nella chiave che noi gli offriamo. La comunicazione oggi equivale a lanciare un sasso nell’acqua, ma quello che conta è garantirsi che l’impatto sia forte, affinchè produca cerchi sempre più grandi che entreranno in rapporto con qualcuno che li leggerà e li riorganizzerà autonomamente. Questo è il dato nuovo della comunicazione. Quello che è sembrato, soprattutto per i temi di costume come la questione dell’aborto o altro, un settarismo del Papa in realtà, visto in quest’ottica, era proprio invece il rispetto della libertà dell’altro di accettare o rifiutare quel messaggio e, nel contempo, un atto di umiltà del Pontefice, che si poneva non come super partes, ma come interlocutore tra gli interlocutori. Io credo che questo atteggiamento abbia consentito a Giovanni Paolo II di essere un grande evocatore della ricostituzione della coscienza e della sua possibilità di riconoscere la grande centralità della vita e dell’uomo.

D. Come ha vissuto la grande partecipazione di massa al doloroso evento della morte di Giovanni Paolo II?

R. Mi ha commosso, ma mi ha anche inquietato. Ho sentito assieme alle grandi speranze, un’immensa paura per la percezione oscura di un abisso. Queste grandi masse sembravano cercare un punto di incontro e di solidarietà umana e si stringevano attorno allo spegnersi di questa luce che appariva come l’ultima luce antropomorfica. C’era come l’oscura percezione che quell’agitarsi in un coinvolgimento profondo rappresentasse un’eccezione straordinaria entro la norma comportamentale, in cui sembra già essere avvenuta una colonizzazione della mente ad opera dell’assoluto domino delle dimensioni pragmatiche della vita sociale che lateralizzano il mistero della vita.

Maggio 2005

Ennio Calabria - P. IVA 04941350581 - Via della Palmarola, 71 - 00135 Roma - enniocalabria@pec.it

Privacy Policy