Ennio Calabria

  • Ennio Calabria - Ritratti di Giovanni Paolo II 2002-2005

La forza della pittura

di Ida Mitrano

in "Ennio Calabria. Ritratti di Giovanni Paolo II 2002-2005"
Istituto Italiano di Cultura Cracovia, 2008

Un unico volto, quello di Giovanni Paolo II, e ventidue ritratti di grande forza espressiva e di forte impatto emotivo caratterizzano il ciclo dedicato al Papa, realizzato da Ennio Calabria tra il 2002 e il 2005. Le ragioni che lo hanno spinto a misurarsi con questo soggetto, emergono con chiarezza nell’intervista che segue, rilasciata dall’artista poco dopo la morte di Karol Wojtyla, e che annuncia in qualche modo l’ultima opera, Il vero nel falso (2005), in cui la presenza di Giovanni Paolo II è riproposta negli effetti che essa ha determinato nella coscienza sociale collettiva ed in quella individuale.

Sebbene il ritratto come genere pittorico non sia affatto nuovo nella sua produzione artistica - ricordo i diversi ritratti di uomini politici, nonché di Giovanni XXIII e di Paolo VI, che risalgono agli anni Sessanta - questi di Wojtyla, in particolare, assumono un preciso valore in relazione al nuovo contesto storico e culturale che connota la società attuale e, al contempo, il sistema dell’arte. Da un lato, dopo un lungo periodo di riflessione sui mutamenti radicali e profondi che hanno prodotto una condizione esistenziale inedita - che Calabria definisce “autoreferenziale” - e che, sul piano creativo, hanno dato luogo al tratto permanentemente “metamorfico” della sue forme, le opere del ciclo segnano un diverso orientamento dell’artista verso l’identificazione dei significati storici che la realtà propone nel suo determinarsi; dall’altro quei volti che sfuggono ad ogni tentativo di portarli a definizione e che si configurano, nella loro evidenza, nella velocità di un flash mentale, non solo rendono palesi le istanze innovative del suo linguaggio figurale ma, a ben guardare, anche le potenzialità in esso insite come rivela la sua produzione più recente.
Il ritratto, tra l’altro, per la complessità delle relazioni contraddittorie tra aspetti privati e pubblici dell’individuo, è particolarmente congeniale all’artista, anche se tale complessità oggi è affrontata e restituita in modo diverso. Il volto del Papa, non a caso, diviene il luogo simbolico, ma al tempo stesso fisico nella tensione dei segni che si caricano di significati oscuri. Un luogo dove le contraddizioni dell’uomo contemporaneo convivono e diventano espressione inequivocabile di quella condizione esistenziale di cui Giovanni Paolo II, ogni volta, in questi ritratti appare dolorosamente farsi carico. Colpisce, in tal senso, l’assoluta necessità di ogni singola opera del ciclo e l’altrettanto assoluta assenza di qualsiasi escamotage cui ricorrere per creare una fittizia diversità.
Alla serialità tecnologica delle immagini, anche con le sue infinite variabili, Calabria oppone l’unicità del gesto pittorico come il solo vero medium dei processi creativi della mente umana. L’immagine mediatica del Papa lo attrae come icona contemporanea, ma non se ne appropria apponendovi un segno o un colore o simulandola pittoricamente secondo codici già sperimentati ed obsoleti, sebbene ancora oggi utilizzati. Il gesto cui l’artista si riferisce non equivale ad una griffe, né tanto meno ad uno strumento tecnico capace di riconvertire i pixel di quell'immagine in pigmento. Il gesto cui si riferisce è, invece, quello su cui oggi ritiene che l’arte debba rifondarsi. Un gesto che, non più in grado di trasmettere valori significativi, può solo farsi veicolo creativo delle contraddizioni per restituire non più l’apparenza delle cose, ma le cose stesse.
All’immagine tecnologica come superficie del reale o proiezione virtuale dell’esistere, l’artista risponde con lo schermo bianco della tela dove, ogni volta, l’accadere della vita diviene presenza vibrante di energia, come negli intensi ritratti di Giovanni Paolo II nei quali, per tale ragione, viene in qualche modo meno il tratto ossessivo tipico della serialità. Se questa, al di là di qualsiasi valenza, è di fatto il segno emblematico dell’onnipotenza dei linguaggi mediatici che si palesa nella riproducibilità dell’immagine e, dunque, nella possibilità reiterativa della creazione, in Calabria che si rapporta allo schermo bianco della tela come condizione necessaria per recuperare dentro di sé, da una diversa collocazione, il rapporto con la vita ed il suo mistero, l’ossessività del tema, non più vissuta come fatto esteriore nella serialità dell’immagine, diviene altro, traducendosi in impossibilità a sottrarsi alla potenza delle cose, alla stessa esistenza.
I ritratti del Papa, in tal senso, non sono una vacua ripetizione di un medesimo soggetto, quanto invece una significativa ripetizione di forme che non possono che essere uniche, come unico è ogni volta il gesto attraverso cui l’artista le reincontra. Forme, alle quali Calabria non può che dare corpo se non attraverso un linguaggio necessariamente inedito, perché inedito e sconosciuto è, ogni volta, il contenuto che esso deve restituire.

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