Ennio Calabria

  • Ennio Calabria - La forma della percezione

Un percorso personalissimo radicato nella contemporaneità

di Claudio Strinati

in "Ennio Calabria. La forma della percezione"
De Luca Editori d’Arte, 2005

Abbacinato da una luce accecante, attraversato dall’ombra inquieta e minacciosa, Calabria ripropone un approccio rischioso e esasperato che lo porta a un vertice di compiutezza e di forza espressiva nel suo tormentato ma esaltante percorso.
Il maestro, in questa sequenza serrata e essenziale di opere , ha colto la profonda preoccupazione che ognuno di noi prova trovandosi di fronte alla sofferenza.

È un tema pericoloso questo, specie al giorno d’oggi quando i profeti di sventura e i consolatori dell’Umanità proliferano con esiti non sempre positivi e costruttivi. Certo i tempi sembrano maturi perché il terribile argomento della sofferenza possa emergere alle coscienze dell’angosciato mondo occidentale e i simboli e i personaggi che emergono da questo andirivieni di nobili sentimenti si rinnovano continuamente davanti ai nostri occhi. Ma rimangono grandi ambiguità di fondo cui è diventato quasi un obbligo far fronte e proprio attraverso il linguaggio delle arti figurative che trascinano un tale retaggio da tempi immemorabili.
Antichi concetti come quello dell’Impero del Male, della contrapposizione assoluta tra il Giusto e l’Ingiusto, della difesa a oltranza e senza oscillazioni della vita in sé, della dignità umana calpestata e vilipesa, riemergono adesso con la forza moltiplicata dai mezzi di comunicazione di massa e dalla potenza delle parole d’ordine che attraversano i continenti.
La pittura di Ennio Calabria sta incrociando questi tragitti ma non ne scaturisce perché il maestro questi interrogativi se li pone dai suoi esordi e li rincorre dentro un suo percorso personalissimo che è radicato nella contemporaneità ma è estraneo all'urgenza della cronaca immediata, anche se potrebbe sembrare che proprio l’assillo di comprendere quello che accade davanti ai nostri occhi guidi la sua creatività, senza remore e senza preconcetti.
Così il corto circuito mentale dell’accostamento, in questo contesto della mostra, tra Giovanni Paolo II e Pantani non sorprende e non sconcerta, specie se si considera come, iconograficamente parlando, la figura tragica del grande sportivo assurga alla sacralità del Crocifisso nella immagine dell’arrivo della corsa con le braccia alzate di un corpo sconvolto dal peso stesso dell’esistenza dolorosa proprio nel suo essere vittoriosa, mentre
l’immagine del vecchio Papa dolente e combattivo sul limite di una Fede potente e invincibile sia resa tutta in chiave di aggressivo laicismo nel confronto con l’assalto dei microfoni indispensabili ma incombenti come una tenebra che offende la bianca e gracile figura.
Questo perché Calabria è guidato dall'idea dell'ombra che attraversa lo spazio e grava sugli eventi, giungendo da molto lontano e trascinando lontano tutte le cose rappresentate. Ecco la acutissima inquietudine che il maestro rintraccia e rende esplicita andando a scontrarsi con la dimensione della sofferenza. I tagli vertiginosi che sono stati sempre suoi ora sezionano le immagini costringendo chi guarda a uno strano sforzo, quasi che le dolenti figure si concretizzassero ogni volta che ci si pone a vedere il quadro, prendendo forma e risultando comprensibili a ogni reiterato tentativo di entrare in quello spazio figurativo che attrae e sfugge nel contempo.
Una sorta di magma materico sembra lottare con l’immagine che ne scaturisce e questa diventa la vera metafora visiva dell’idea delle sofferenze che il maestro avverte latenti nell'essenza delle cose. Proprio a questo punto subentra il controllo dell’artista e le immagini che ne derivano conservano l’urgenza dell’intuizione e la pacatezza della riflessione. È caro a Calabria il tema della luce della mente, tema figurativo e speculativo insieme, che giustifica appieno l’altro suo grande tema, quello dell’ombra, della presenza di un limite al di là del quale esiste solo il dolore di vivere. L’ombra paurosa e spiazzante che attraversa queste opere è, però, un elemento figurativo poderoso che costruisce e colpisce profondamente l’osservatore. L’ombra è minaccia ma per Calabria l’esperienza estetica assume le sembianze anche di un colossale esorcismo per cui non è il terrore dell’ignoto a essere pensato e formulato ma il dramma dell’esistenza quando si misura con gli stati di una coscienza turbata, e proprio perché turbata potentemente creativa.
L’elemento dialettico è così predominante dentro le sue immagini e, in tal senso, è veramente emblematica la lotta cupa e esacerbata tra il Papa che sta crollando e gli imperiosi microfoni carichi di quella luce nera che non è l’ombra ma il negativo in sé e per sé .
Calabria è un umanista del nostro tempo e dell’antico Umanesimo sente fortemente anche la dimensione magica e si sa bene quanto l’Umanesimo, specie fiorentino, abbia teorizzato sulla dialettica della Magia bianca e della Magia nera. Calabria questo lo vive proprio da pittore e nelle opere della mostra la Magia bianca e nera sono come evocate da una tessitura cromatica in cui il bianco è carico di potenza e fragilità e il nero è pensato come gravame e minaccia. Ma c’è veramente un legame dialettico indispensabile tra questi due fattori. Ha ragione Carlo Fabrizio Carli quando riscontra nell’opera di Calabria, globalmente intesa, una sorta di costante “ carattere metamorfico dell’immagine ”. In questa mostra la magistrale esasperazione di tale carattere porta effettivamente a una chiave di lettura complessiva sulla vicenda emblematica di un forte artista del nostro tempo che lavora perché ha mantenuto l’urgenza di dire quello che il suo impulso, sia pur nutrito di vasta dottrina, gli “detta dentro”, per dirla con uno dei più grandi umanisti del passato.

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