Ennio Calabria

  • Ennio Calabria - Quasi la forma

Tagli Corti

di Marco Di Capua

in "Ennio Calabria.  Quasi la forma pastelli 1991 – 2003"
Catalogo mostra itinerante, 2003

   Si intitolava così un film di Robert Altman dove velocemente e con destrezza si affodava il coltello, qua e là, nel corpaccione della vita quotidiana californiana. E quel titolo mi era talmente piaciuto che era migrato in cima a certi articoletti polemici e d’assalto, circa le molte bestialità e qualche bagliore rilasciati dai mass media, che scrivevo per una rivista, anni fa. Dunque rieccolo, ad etichetta dei pastelli di un pittore acuminato e affilato, di un artista-critico così perfettamente simmetrico ad ogni critico d’arte, e tuttavia, proprio come questo, critico – grazie ancora di tutto, caro Baudelaire – nel senso di parziale, politico, appassionato.

   “Sono un pittore figurativo – proclama dunque Ennio Calabria – Il perché me lo sono chiesto svariate volte nel corso degli anni… per me è solo in rapporto alla realtà apparente che è possibile costruirne sensatamente la trasgressione. Senza questa relatività non esiste possibilità di comunicazione emozionale”. IL paradosso, e lo dice uno che la pensa esattamente come Ennio, è che l’atroce nulla che ci spaventa – il niente è un risucchio, un vuoto contro la nostra sensibilità si batte – e che ha infestato così tanta arte contemporanea non è mica vero che deplori figure ed immagini. Non parlo solo di questi attuali e inarrestabili trionfi della fotografia dappertutto, che celebra e fa cadere la bellezza nel medesimo atto, ma soprattutto di video e computer, di tutti i milioni e milioni di internati in Internet che captano e rimandano, a tutto campo e a tempo pieno, nomi, facce, fatti, facezie verso quel bagliore, quella crepitante, ottimistica, volenterosa e stupida fosforescenza che ormai, suppongo, inguaini la terra intera come una pelle finta. La nostra voracità in questo campo è insaziabile, si sa. Niente, non una parola o un colore, non un gesto è indegno di sguardo. Prova, anzi caricaturale di ogni impermanenza e di quella vacuità del mondo di cui parlano i monaci buddisti, ecco allora una colossale emorragia di figure che allo zenit della loro “teppistica iconicità”, direbbe Pasolini, - rigoglio produttivo, provocatorio, estetico, perfino democratico – fanno letteralmente a meno di noi, così troppo fisicamente espressi d’altronde, e concreti, così troppo esistenti per farne realmente parte.
   Sono dodici anni che Calabria conduce su tale sfondo il suo esercizio funambolico, controcanto, contromano, la difficile ricerca di una tensione nuova identificata tra sé e la realtà. Percependo quasi con allarme il divorzio tra questa dimensione, che lui definisce complessa e perciò esiliata, e la linearità semplice e inumana delle tecnologie. Secondo Ennio, la pittura è rivoluzionaria perché consente di cogliere materialmente i pensieri al loro stato nascente. Potrei aggiungere che l’arte figurativa è afferrata dalla fedeltà a ciò che si vede e simultaneamente dal desiderio di fuggirne, “un indice teso al cielo, uno alla terra…”, esigendo sempre quel suo modo di operare e ricreare vincolante, in cui è comunque insita non so che trascendenza. Questo scalpitare, questa impazienza, la messa in scena di questa incertezza non è forse nel codice genetico della pittura di Calabria?
   Ecco, anche qui, in questi pastelli, l’energia, il combattimento, la malagrazia come stigmate di un’autenticità di fondo che, letteralmente, non chiede mai pace. La rotta di una furibonda colluttazione coi dati della realtà, coi sensi che ogni volta la percepiscono molteplice, mutevole, preziosa e ostile al contempo, in continua trasformazione, perché la realtà non è una ma molte, furente, fluente, inafferrabile… “Occorre” abbattere questo orgoglio dell’ego – ha scritto una volta Ennio – destrutturare se stessi e il proprio sapere, desensualizzare la pittura, eludere la tentazione delle certezze”. Nessuna patina dunque, ma una grafia ruvida, resistente a scorrere, antitetica a quella digitale. E poi materia e scatti, torsioni, flash di colore scavato, cercato, la risoluzione improvvisa e fulminea di uno spazio nuovo e perfetto, non definibile altrimenti, né rappresentabile altrove che qui, adesso, dove si consolida questo fervente nucleo di agitazione e di solitudine…
   Tutta una lunga teoria di esperienze novecentesche lì ad intimare: semplificare, sciogliere, sintetizzare, sbrigliare, purificare, pulire etc. E invece Ennio, così paradossalmente essenziale e barocco: avvolgere, annodare, legare, complicare, sporcare, muovere, moltiplicare… Fare scintille, desiderare frizioni, sfregamenti, collisioni, conflitti che corrispondano all’impeto che portiamo dentro.
   Ma poi è davvero così? Forse. Ma non solo. Potrebbe anche trattarsi di una questione di opinioni. Tutta una questione di punti di vista, voglio dire. Come al solito. Per esempio è altrettanto chiaro che qui immagini e spazi toccano il loro massimo punto di semplificazione e di purificazione possibili. Come uno stop, un crampo dopo parecchie corse ed estenuazioni. D’altronde che ne sappiamo noi da quale fondo magmatico emergano. Perché le scene di Ennio portano sempre con sé la tellurica confidenza con ciò che potrebbe averle generate: questo “fuoco”, campo di forze in equilibrio instabile , questa specie di violenza che si espande e che, sotto i nostri occhi, cerca forma.
   Ogni figura ne contiene altre: coltiva, protegge tutte le proprie potenzialità. Ennio ha questo culto della metamorfosi, una disponibilità a sentire la vita come movimento, azione, pericolo. Eppure tutte le possibilità della figura trattenere, questo il compito, non intercettandole in avanti, alla foce, già compiute, espresse, in procinto di estinguersi, ma all’inizio , alla fonte, all’origine, quasi fossero una promessa, l’inizio di una fioritura. È come se la cognizione della molteplicità si concentrasse, si rapprendesse, come un metallo che si raffredda, potenziando la fierezza della figura umana, isolata, offerta a tutte le turbolenze del quadro, investita da inesplicabili onde d’urto, secrezione trasfigurata e percossa… Ti dici che questo svela il tratto romantico della pittura di Calabria, la sua nota antagonista, irriducibile ai contesti culturali che viviamo, la sua vocazione corsara.
   Concludendo, penso che l’unico parametro possa essere la propria esistenza – conferma Ennio – il proprio dolore o malessere o entusiasmo, di fronte all’impatto con le contraddizioni delle metropoli odierne. L’artista è un magnete sensibilissimo e ricco di memoria”. Da un’altra riva – e dedico la citazione a Ennio – Cioran ci ha ricordato quanto sia “inutile risalire verso l’antico paradiso o correre verso il futuro, l’uno è inaccessibile, l’altro è irrealizzabile. Ciò che invece importa è di interiorizzare la nostalgia o l’attesa, necessariamente frustrate quando si volgono verso l’esterno, e costringerle a svelare o a creare in noi la felicità che rispettivamente rimpiangiamo o attendiamo. Niente paradiso, se non nel profondo del nostro essere, e come nell’io dell’io...”.

Ennio Calabria - P. IVA 04941350581 - Via della Palmarola, 71 - 00135 Roma - enniocalabria@pec.it

Privacy Policy