Ennio Calabria

  • Ennio Calabria - La forma cerca forma

Ennio Calabria
Nuove ragioni per la pittura

di Ida Mitrano

in "Ennio Calabria. La forma cerca forma"
Rendina Editori, 2002

Nell’ultimo ciclo pittorico, dieci tele che hanno per soggetto la figura di Papa Giovanni Paolo II, Ennio Calabria si misura con il tema del ritratto, un tema importante, più volte affrontato in passato, come dimostrano i diversi volti della politica, della storia e della cultura da lui raffigurati e che precedono quel cambiamento che sul finire degli anni Ottanta inizia a delinearsi nella sua arte come ricerca quasi spasmodica di una restituzione metamorfica del reale.

A distanza di poco più un decennio, da una condizione di totale “spaesamento” - termine con cui l’artista indica in rapporto ai mutamenti epocali odierni la perdita dell’io per il venir meno, con la caduta delle ideologie, della figura del Padre storico e per l’accentuarsi della velocità e della relatività dei tempi attuali - Calabria sembra aver ritrovato un territorio condivisibile, una sorta di spazio interattivo, dove entrando in corto circuito con le diverse tensioni che animano la nuova condizione della psiche umana, si rende possibile non la rappresentazione del significato simbolico del personaggio, ma il libero accadimento di un contenuto ignoto e non più definibile. Il personaggio è solo un pretesto, già superato nella restituzione di quell’immagine come materia psicofisica fortemente strutturata, autonoma dalla soggettività dell’artista. Quella materia cromatica, quegli elementi magmatici vaganti sulla tela acquistano una maggiore consistenza, diventano una presenza sincronica, immediata, essenziale ed in essa sembra risolversi quel vortice di tensioni energetiche che è la risultante creativa dello “spaesamento” dell’artista. Gli scatti improvvisi del colore, quelle linee nervose, quei contrasti tra luce ed ombra sono i segni di una scrittura tesa a costruire gli infiniti volti di questo padre ignoto e ogni volta da ritrovare.
Quel padre interiorizzato che trova in quel gesto benedicente, non finalizzato ad un’immediata riconoscibilità del personaggio, anche se ad esso allusiva, la sua essenza.
I ritratti del Papa rappresentano un momento importante di questa lunga ricerca, volta a salvaguardare l’organicità dell’uomo e il suo processo mentale e, al tempo stesso, a conservare in termini profondamente mutati il rapporto dialettico con la realtà. Una necessità che diventa perfino accanimento doloroso, ma tenace, insopportabile, ma inevitabile. C’è una lacerazione, una grande sofferenza, che intride tutta l’arte di Calabria. C’è un grido soffocato, trattenuto nella frontalità negata di quei volti, di quel Papa-padre in passato identificabile con il padre storico e poi perso, e con esso anche la propria identità. Quell’immagine è la sintesi di un travaglio interiore alla ricerca di quell’io smarrito, o forse mai posseduto fino in fondo. E’ l’espressione profonda del superamento di un lutto, che sembra ormai essersi consumato.
Già nelle ultime opere quell’antico dualismo, “io e il mondo”, che nella complessità delle sue relazioni l’artista esprime per scelta attraverso la tendenza alla figurazione, non si manifesta più nell’ambito di una dimensione oggettiva, risolta nel racconto, pur colto nelle sue contraddizioni, ma l’io cerca sul piano della interazione psicofisica, attraverso quei meccanismi istintuali e l’assenza di ogni ipotesi progettuale, il proprio rapporto con l’altro da sé, non più identificabile. I profondi mutamenti che hanno stravolto la nostra epoca non consentono, secondo Calabria, di cogliere la realtà nei suoi sviluppi diacronici, né di riconoscere un’autorità esterna, né di conservare la consapevolezza del proprio passato come memoria storica, né infine di inseguire un progetto futuro. L’unica via per superare il proprio smarrimento, la scissione della propria personalità sempre più manipolata da una società tecnologica e globale è nel radicalizzare le ragioni del processo pittorico che attraverso la materializzazione energetica dei dinamismi dell’accadere rende evidenti quelli della mente.
Infatti la dimensione altamente tecnologica che caratterizza la nostra epoca sta profondamente mutando la concezione umanistica del mondo. Se prima della rivoluzione digitale la comunicazione si svolgeva nell’ambito della specificità dei diversi linguaggi, oggi si assiste ad una convergenza delle varie forme che la veicolano verso una forma unica di codifica. Vale a dire che sulla rete immagini, suoni e parole sono la risultante di un calcolo matematico e non più la traccia di un processo generato dal gesto umano. L’immagine sintetica che non necessita più di un rapporto analogico con il proprio soggetto per esistere, è l’espressione più eclatante, almeno fino ad oggi, di un nuovo tipo di creatività che esclude ogni rapporto con la realtà psicofisica. Significa che la rivoluzione digitale, riducendo l’eterogeneità delle forme e dei contenuti che finora ha contraddistinto le diverse esperienze dello sviluppo del sapere, sta intervenendo di fatto profondamente sul nostro rapporto con la produzione e la trasmissione del sapere, più di quanto noi stessi riusciamo ad averne consapevolezza.
Senza entrare in merito alla questione, senza voler analizzare le diverse posizioni teoriche degli “apocalittici” o degli “integrati”(1), va però considerato che questa realtà impone un confronto al quale non ci si può più sottrarre, perché le nozioni fondamentali della nostra cultura, molte categorie concettuali risentono fortemente di questi cambiamenti epocali che ormai non consentono alcun ritorno. E’ quanto sottolineano anche diversi studiosi di teoria letteraria, che parlando dell’ipertestualità, invitano a “dimenticare i sistemi concettuali basati sull’idea di centro, margine, gerarchia, e linearità, e sostituirli con quelli di multilinearità, nodi, collegamenti e reti”(2). Ma il discorso può essere allargato a tutti quei fenomeni che sono l’espressione diretta delle nuove tecnologie della comunicazione, prima tra tutte “il doppio virtuale del nostro mondo”(3), ossia la rete Internet, un immenso contenitore di dati e informazioni a cui si può accedere navigando entro una sorta di spazio tridimensionale ed immateriale, definito “cyberspace” da William Gibson(4) nel 1985. Un’esperienza che per le sue peculiarità di fruizione sta rivoluzionando le modalità di comunicazione, la struttura delle relazioni con gli altri, gli stessi parametri di pensiero che hanno fondato l’esistenza umana. Interrogarsi sul significato profondo di questa esperienza vuol dire prendere coscienza della avvenuta rottura dell’unità organica della psiche, che da un lato sperimenta un ampliamento dei poteri della mente se accetta di adeguare del proprio processo conoscitivo alle procedure telematiche, dall’altro vive il disagio di una sensibilità corporea che sfugge per propria natura a qualsiasi tentativo di negazione. Questa tendenza ad una schizofrenia della psiche è la diretta conseguenza di una tendenza verso una società fortemente funzionale, dove la funzionalità è scissa dal corpo. Le tecnologie digitali “non possono più in alcun modo essere considerate come estensioni, prolungamenti o protesi del corpo, esse sono invece delle vere e proprie entità separate, delle funzioni già appartenenti al corpo, ma ora esistenti in sé e complessificate”(5). In questo contesto l’individuo non solo perde gli strumenti dell’identificazione del proprio io, ma acquista quegli stessi caratteri di fluidità, di frammentarietà, di non-linearità, di decentramento che connotano lo spazio virtuale delle reti telematiche e, al tempo stesso, definiscono un nuovo soggetto contemporaneo, il “cyborg”, “un organismo cibernetico, un ibrido di macchina e organismo”(6) che delega alla tecnologia i propri processi cognitivi.
Alla disgregazione dell’individuo, che coinvolge non solo la psiche umana, ma anche le relazioni sociali nella frantumazione dell’io nelle molteplici e diverse identità che, di volta in volta, esso può assumere attraverso i media digitali, fa eco la possibilità di perdita del reale. Tutto diventa precario, transitorio, atemporale. Tutto si relativizza in questa dimensione spazio-tempo ormai mutata. Sono i segnali di un processo di trasformazione in atto che rende necessaria la revisione totale di una concezione del mondo unitaria e centralizzata, costruita su categorie concettuali che si rivelano oggi inadeguate alla complessità della realtà contemporanea.
Gli effetti prodotti dalla rivoluzione digitale sul nostro modo di percepire e vivere il mondo ci riguardano a tal punto che “velocità, dislocazione, istantaneità (…) proprietà intrinsecamente legate alla natura delle reti (…) intervengono direttamente sulla nostra coscienza del tempo. Provocano una svalutazione del tempo storico, il suo sgretolamento, in controparte di una mitizzazione del suo valore sincronico”(7). Tali effetti sono riscontrabili anche nell’ambito delle modalità di creazione, di produzione, di circolazione e di fruizione della cultura in generale, che vede nella contaminazione dei linguaggi e nella convergenza multimediale quelli più eclatanti. Ma, nello specifico, come e quanto incidono sull’arte quei processi di radicale mutamento del reale legati all’avvento delle nuove tecnologie? Se in passato con il diffondersi della fotografia come strumento di documentazione e rappresentazione della realtà, l’arte ha dovuto rifondare le ragioni del proprio esistere, oggi con l’affermarsi delle tecnologie digitali non solo si pone di nuovo il problema ma, intervenendo esse direttamente sul processo creativo ridotto a puri impulsi elettronici, il problema questa volta è decisamente più complesso. La situazione è tale per cui da un lato lo sviluppo dei linguaggi mediali ha generato nuove fenomenologie artistiche, quali la video art e la computer art, dall’altro fa apparire, al confronto, anacronistiche le forme espressive tradizionali. In realtà in quest’ultime il punto di forza è proprio nella irriducibilità alla conversione digitale della materia e del gesto entro uno spazio virtuale, perchè afferma Calabria “il dipingere o il digitare la plastilina sono gli unici atti che consentano in tempo reale il rapporto con il processo del pensiero e storicamente non c’è ancora qualcosa che possa servire meglio di loro alla identificazione col processo del pensiero in atto, che in sincronica traslazione si va costituendo ad opera dei geroglifici della pittura o delle escoriazioni della scultura. Il pensiero non nasce altrove, ma in quel momento attraverso questi strumenti”(8). Per tali ragioni l’artista ritiene che il dipingere sulla tela o il digitare la plastilina non siano modalità di retroguardia, ma di avanguardia.
Una posizione senza dubbio radicale, ma fondata su un’analisi molto attenta della realtà sociale odierna. Ne coglie i cambiamenti profondi a tal punto che egli parla di una scissione tra “pensiero complesso” e “pensiero pragmatico”, di una nuova forma di “soggettività” che si diversifica da quella che si identifica nell’investimento logico-formale del pensiero, di una “memoria genetica” e di altri concetti che trovano una loro definizione in rapporto allo sviluppo delle tecnologie digitali e al dibattito teorico che intorno ad esse si è aperto. Il pensiero di Calabria si inserisce nel vivo della questione, che oggi si pone, di una ricostituzione della personalità umana, di un rapporto nuovo con la realtà, di un recupero della dimensione psicofisica dei processi mentali.
Alla tendenza a spostarsi su un piano virtuale l’artista non oppone una resistenza per motivi generazionali. Non c’è rimpianto di una progettualità, di un racconto dell’opera d’arte. Forse nostalgia del tema dopo un lungo periodo di “spaesamento”, di “afasia”, ma alla quale non ha mai ceduto. Se oggi è ritornato a misurarsi con un tema come quello del ritratto, è perché la realtà rimane fondamentalmente il punto decisivo della sua ricerca. Cambiano però le modalità di relazione, a tal punto che egli dice: “non solo la materia deve in qualche modo esprimere la propria identità attraverso la propria cellularità, ma per consentire questo io devo evitare che tra me e l’immagine che prende consistenza ci sia un lasso di spazio-tempo.” Entrare in simbiosi con quella materia, calarsi dentro le tensioni energetiche che la animano, non significa smarrire il proprio io, al contrario attraverso quel gesto, con cui Calabria interviene sulla tela come fosse “il bisturi di un chirurgo”, è possibile ritrovare quella che definisce “la “posizionatura della propria mente”. Affermare che l’arte non deve esprimere contenuti, ma “posizionature della mente”, pone il problema di come si possa restituire un’immagine della realtà che da un lato rischia di perdere la sua riconoscibilità, se il processo di identificazione dell’artista con la materia si spinge troppo oltre, dall’altro rischia di non consentire il recupero di quei dinamismi che sono peculiari della mente umana, se tende a prevalere la necessità di un’iconografia. In questi ultimi anni Calabria sta cercando di recuperare un’immagine della realtà che le tecnologie digitali non possono restituire. Immagine che, se vuole sopravvivere, deve essere competitiva, vale a dire che attraverso l’esplorazione di quelle stesse ragioni che determinano anche le forme di visualizzazione mediale, deve maturare nel contempo una risposta antitetica. In tal senso può essere competitiva, secondo l’artista, solo se “il dato vivo, che volta per volta la realtà propone, viene centrifugato entro una sorta di ente mentale, un circuito tangenziale che ha la caratteristica di essere rotatorio e traslatorio. La successiva integrazione nel circuito delle relazioni è la grande scommessa e comunque si determinerà attraverso inediti itinerari.” Quanto detto è per Calabria “l’intuizione di quell’autentico ‘processo’ della mente che le consentirà di riaffermare la propria inalienabilità a petto dell’invasività dei cervelli artificiali e della perentorietà del pensiero lineare. ‘Processo’ che presenta analogie con l’itinerario che la pittura intraprese per riaffermare la propria identità e la propria insostituibilità in rapporto al nascere della potenza documentativa della foto”.
Se all’alta definizione dell’immagine tecnologica Calabria oppone l’impossibilità di ogni definizione; se all’assoluta inconsistenza virtuale una materia viva, fatta di “carne, ossa e sangue”; se all’assenza di un soggetto che la faccia esistere l’atto del dipingere; se alla contaminazione dei codici la specificità del linguaggio pittorico(9), si riscontrano però anche delle convergenze per quando riguarda il carattere sincronico e polisenso dell’opera, quasi fosse una sorta di ipertesto. E qui si pone l’altro problema, quello della fruizione dell’opera. Vale a dire che entrare in relazione con essa significa spostarsi da un nodo energetico ad un altro o da un cortocircuito, che scatta improvvisamente là dove le tensioni delle linee si scontrano, ad un altro o da un colore che diventa vortice di luce ad un altro che crea un’ombra scura intrisa di contenuti ignoti. L’opera si presenta dunque come struttura aperta, multidirezionale, che consente all’altro non solo di relazionarsi ad essa su un piano di partecipazione emotiva, fisica e mentale, ma di entrare in quel territorio condivisibile, dove acquistano consistenza i dinamismi del processo mentale. Venendo meno l’autorità dell’artista, il fruitore stabilisce un rapporto interattivo con l’opera. In un certo senso vi “naviga” dentro, ma in questo caso con la totalità del proprio essere. Non è più un fatto di comprensione, di deduzione logica, ma di esperienza percettiva che rende possibile il suo identificarsi o meno con gli accidenti della tela fuori da qualunque processo programmabile. Possibilità che è invece preclusa a qualunque navigatore dello spazio virtuale, perché là tutto è comunque programmato.
La serie dei Papa rappresenta il momento culmine di questa sfida che Calabria porta avanti innanzitutto con se stesso, con la sua volontà di vivere il presente senza ripiegamenti sul passato, teso a ripensare se stesso e il mondo per ritrovare un senso al proprio agire come pittore e come uomo.

(1) Per un primo approccio si veda Paolo Ferri, La rivoluzione digitale. Comunità, individuo e testo nell’era di Internet, Mimesis, Milano 1999, pp. 128-150.
(2) Gorge P. Landow, L’ipertesto. Tecnologie digitali e critica letteraria, a cura di Paolo Ferri, Mondadori, Milano 1998, p.22.
(3) Paolo Ferri, La rivoluzione digitale. Comunità, individuo e testo nell’era di Internet, cit., p. 31.
(4) Romanziere americano che è considerato uno dei fondatori del movimento cyberpunk. Autore di diversi libri, tra cui Tre romanzi cyber, Mondadori, Milano 1994.
(5) Mario Costa, La vocazione estetica delle nuove tecnologie, in “Terzoocchio”, a. XVIII, giugno 1992, n.2 (63), p.3.
(6) Donna Haraway, Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli, Milano 1995, p.40.
(7) Fred Forest, Lo spazio estetico delle reti elettroniche, in “Terzoocchio”, cit., p.9.
(8) Per le citazioni, qui e in seguito riportate, faccio riferimento agli scritti dell’artista ed ai testi di alcune interviste avute con lui.
(9) Una affermazione che, a suo parere, trova ragione nel ritenere che “quando la pittura perde la propria identità disciplinare, non segna più tappe evolutive ed identificabili nell’ipotesi della progressione di un linguaggio, ma produce solo esperienze spettacolari che coesistono tra loro. Contrariamente alle esperienze del nomadismo di linguaggi e codici tra le discipline artistiche, così come postulato nel Novecento e che oggi dimostrano capacità di gestire il ‘già pensato’ ma incapacità di generare, sembra che per riacquistare capacità generatrice una disciplina debba sprofondare in sé, anzi esplorare i propri sottostanti giacimenti”.

Ennio Calabria - P. IVA 04941350581 - Via della Palmarola, 71 - 00135 Roma - enniocalabria@pec.it

Privacy Policy