Ennio Calabria

  • Ennio Calabria

Una visione dinamica e metafisica

di Giovanni Carandente

in "Ennio Calabria"
Vangelista editore, 1987

<<Pittura di particolare intensità, fragorosa ma anche ricca di sottili veleni interiori, drammatica e veloce, spesso crudele, mai decorativamente esausta>> definivo la pittura di Ennio Calabria due anni or sono in occasione della mostra milanese delle sue opere nella Rotonda della Besana.

    Rileggendo oggi, insieme a quel giudizio, l’altro ben più antico – è del 1960 – di Lorenza Trucchi, che dei contenuti di Calabria diceva come di <<un difficile esercizio>>, adatto cioè a limare gli artigli di un artista come pochi volitivo e ruggente, e della forma, come di uno stile oscillante tra <<un espressionismo favolosa alla Kokoschka e una tagliente cronaca satirica alla Levine, fusi e confusi – l’uno nell’altra – da schermi di gusto futurista pur di evitare un trito verismo di genere>> è possibile constatare che entrambi i pareri, così distanziati negli anni, ricevono conferma dall’opera recente dell’artista ormai maturo: ha da poco, infatti,varcato la soglia dei cinquant’anni.
    È come se, nei suoi ultimi quadri, Ennio Calabria si fosse accinto a rivedere interamente il suo passato e il suo tormentato tirocinio, la storia delle esperienze vissute e delle cose apprese e viste, una sorta di totale immersione nella linfa e nel sangue della pittura italiana moderna e non solo di quella.
    Le visioni boccioniane che la mostra del Futurismo dello scorso anno a Palazzo Grassi ha rinfocolato con i testi originali finalmente riuniti, i temi della città, figure e paesaggio, che l’aspirazione al dinamismo dell’immagine ha riproposto all’attenzione di molti artisti consapevoli, il fulgore del barocco che per un abitante di Roma è un modo di essere abbagliante, con tanta architettura sontuosa che incombe sulla vita spicciola, fattasi, questa, meschina di scatole semoventi all’ombra delle grandi circonvoluzioni di pietra, timpani, volute, mensole ricurve e sculture che si sbracciano sui ponti e sui tetti, turgore oscuro del travertino offuscato dallo smog e dal fiato greve di milioni di conviventi entro le mura, ritmo frenetico della vita e caducità vorticosa dell’esistenza, tanti e così opposti parametri si specchiano nell’ambiziosa e aggressiva opera di Ennio Calabria.
    Ne ho visto l’opera ultima, o forse penultima, quando ancora non era finita né definito ne era il titolo,nello studio immenso come hangar e fitto di suppellettili e oggetti come un’attrezzatura teatrale, che il pittore possiede alla periferia ovest di Roma. Me ne ha raccontato la genesi. L’immagine, un grandissimo squarcio di Roma, scoccò nella sua mente – direi meglio scoppiò, come un fragoroso petardo – all’imbrunire di un giorno in cui, nella chiesa di S. Maria di Montesanto in Piazza del Popolo (Rainaldi, Bernini e Carlo Fontana architetti), si commemorava la morte tragica di un amico dell’artista, il pittore Paolo Ganna, suicida sul greto del Tevere. La mole della chiesa ellittica incombe su metà del dipinto (di quattro metri per due), lo sciamare delle automobili fiammeggia nell’altra metà come un fiore carnivoro e lussurioso. L’architettura si espande dall’interno e cresce nello spazio, finendo serrata come in un vortice da un magma di figure esangui come apparizioni ectoplasmatiche. Nella coscienza dell’artista – lo ha dichiarato egli stesso – sempre emerge il conflitto tra quel che la ragione e l’osservazione gli suggeriscono e la sedimentazione <<emotiva, sessuale>> che predomina nel suo intimo. L’architettura, dunque, da un lato si spiega con il ritmo delle sue sagome, dall’altro si gonfia come un grembo pregno. Lo scorrere delle macchine nel turbinio del Tridente (come vengono chiamate le tre strade che confluiscono, tra le due chiese gemelle – gli stessi architetti per entrambe -, nel grande ovale della piazza del Valadier) si trasforma dal canto suo in una fantasmagorica immagine vegetale di una foresta tumultuosa, l’odierna giungla d’asfalto.
    La visione è dinamica, futurista e senza tregua. È anche metafisica e implacabile. Una meditazione sul De Chirico delle piazze d’Italia riemerge dal fondo della memoria, ma in un modo del tutto specifico. E, inoltre, è evidente il ripensare al manierismo, inteso – sono ancora parole dell’artista – come <<rottura dell’unità stilistica, come uso di più stili o più condizioni… non finalizzati per esprimere… un concetto unitario>>, tali da lasciare <<alla loro conflittualità permanente il compito di rappresentare e approfondire certi concetti della vita>>.
    Questi ultimi, proprio nel caso di questa grande tela, che si potrebbe intitolare, alla Tennyson, In Memoriam, sono anche i concetti e i temi della morte intesa come parte sostanziale della vita, anzi vita essa stessa. Così, l’incombere dell’architettura e la sua metamorfosi in forma organica e vitale, così, l’impietrirsi delle scie lumacose del traffico in una sorta di gigantesca, lugubre orchidea, sono le due facce della contraddizione che attanaglia l’artista alla ricerca della sua identificazione, nel conflitto, cui fa spesso riferimento, << tra la sfera interiore e la volontà razionale dell’uomo>>.
    Scrivevo nel catalogo milanese di due anni or sono che <<sensualità e protesta sociale sono state categorie primarie nell’evolversi della pittura dell’artista. Fondendosi, hanno finito per generare un tipo di allucinazione visiva, nella quale moto e colore, frammento e levitazione, il taglio inusitato di una prospettiva, il taglio inusitato di una prospettiva e il fremere di un corpo alimentato dalla passione come un incendio dal vento, compongono immagini che non hanno riscontri nella dinamica della pittura figurativa degli ultimi anni ma singolarmente anticipano quel tema del fluttuare solitario di figure in uno spazio intensamente cromatico che è oggi usuale nel lessico di pittori più giovani, per esempio Chia e Cucchi>>.
  Ma il pittore sembra contraddirmi allorché afferma che, a suo avviso,<<malgrado le dichiarazioni…la transavanguardia sia un’operazione ancora ideologica. Infatti, l’uso di più linguaggi – organizzato o casuale – è in quel caso finalizzato a dimostrare comunque una tesi: quella del non valore>>. E, in effetti, la grande impaginazione urbana della sua grande tela recente è ben altro dall’esibizione di non-valori, né ha alcunché del senso compendiario che caratterizza lo stile dei poco più giovani esponenti.

Ennio Calabria - P. IVA 04941350581 - Via della Palmarola, 71 - 00135 Roma - enniocalabria@pec.it

Privacy Policy