Ennio Calabria

  • Ennio Calabria

Un fluttuare di figure in uno spazio cromatico

di Giovanni Carandente

in "Ennio Calabria"
Vangelista editore, 1985

    Sensualità e protesta sociale sono state categorie primarie nell’evolversi della pittura di Ennio Calabria. Fondendosi. Hanno finito per generare un tipo di allucinazione visiva, nella quale moto e colore, frammento e levitazione, il taglio inusitato di una prospettiva e il fremere di un corpo alimentato dalla passione come un incendio dal vento, compongono immagini che hanno riscontri nella dinamica della pittura figurativa degli ultimi anni ma singolarmente anticipano quel tema del fluttuare solitario di figure in uno spazio intensamente cromatico che è oggi usuale nel lessico di pittori più giovani, per esempio Chia e Cucchi.

    Potrà sembrare, questo confronto, avventato, troppo alla moda e, in definitiva, tanto fortuito quanto superficiale, essendo l’estrazione degli artisti citati così diversa e così distanziata: e così il fine, i mezzi, la dislocazione delle aree culturali. Eppure esso sottintende il medesimo humus. La sensibilità muta d’epoca in epoca, nell’arte d’oggi di decennio in decennio, sempre in rapporto con l’evoluzione della vita culturale e sociale, che è come dire: ogni momento storico trova artisti capaci di interpretarne la qualità. La pittura di Ennio Calabria, specie quella che egli ha ripreso dopo la fase impegnata nell’attività politico-culturale al Consiglio direttivo della Biennale di Venezia, risponde a questi requisiti di singolarità intrinseca, soprattutto risponde a un’esigenza manifesta di costituirsi autentica e diversa, sincera e nuova, risultato di una idea intellettuale e di una convinta certezza, la certezza di esprimere quel che voleva, sia come stato d’animo, sia come immagine. Ne consegue una pittura di particolare intensità, fragorosa ma anche ricca di sottili veleni interiori, drammatica e veloce, spesso crudele, mai decorativamente esausta.
    Il dinamismo futurista e Bacon, deliqui berniniani e il cane multiplo di balla, la boccioniana Città che sale e l’onirico dechirichiano, l’archeologia di Savinio e mari fondi come distese di catrame di un certo Guttuso, sono elementi culturali riconoscibili nel cassetto dei ricordi di Calabria, immagini come stinte dal tempo o diluite nella memoria, sprazzi improvvisi che subito dileguano. Il più persistente è indubbiamente il ricordo di Bacon, di quell’angosciata solitudine dell’uomo nel caos della sua moderna identità. Calabria mette in causa non soltanto quell’esistenziale, disperata realtà dell’essere umano, ma anche i connotati urbani nei quali la vita accade. Roma o Venezia, Il Canal Grande o il Tevere, il fiume di macchine di un traghetto per la Sicilia o la distesa nuda di un prato umido, così sensualmente evocativo, l’alternarsi di un colonnato o di una spiaggia livida – il classico o il plebeo del crogiuolo pasoliniano – si flettono nei rettangoli delle tele, squassati da una stessa bufera. Uomini e cose si confondono si corrispondono si immedesimano in una sola idea formale.
    Talvolta il pittore guarda la realtà da punti di vista tanto inconsueti quanto improbabili, tropo dal basso o troppo dall’alto. Lo farà per stendere la prospettiva in una più lunga drammatica gittata o sarà semplicemente, il suo, un cannocchiale espressionista entro il quale sfocare la sua visione onirica? Non tutto sembra chiaro a una prima lettura. Misteriosi grovigli si inceppano nella notte (una notte felliniana), ma a poco a poco i fatti emergono: lunghe gambe saettanti, abiti sfioccati e rigonfi, luccicori dell’asfalto. Riverberi dei cristalli delle automobili, intrecci di coppie, mani che si insinuano, una picassiana fanciulla che volteggia nell’aria come stese danzando (la Belle), un Uomo-mostro che avanza nero come la pece (la Bete), il vortice inesausto di quella Ronde che è la vita…
    Appena dopo i moti del ’68, Calabria scrisse un polemico Autodafé nel quale l’impegno politico fungeva da traliccio morale all’impegno artistico. Un passo di quello scritto chiarisce quale poetica fosse alla base della vitalità così evidente nei suoi dipinti, della violenza compositiva e cromatica con cui raffigura le sue fulminee tranches-de-vie: <<la velocità con cui oggi è possibile, attraverso gli strumenti di comunicazion di massa, informarsi, formare e formarsi opinioni, il tempo limitato che uno spettatore oggi dedica all’opera d’arte, la concorrenza forsennata delle tecniche visive, la forza coercitiva della segnaletica, pongono alla pittura un ultimatum, o ritrovare una propria insostituibile funzione o morire di museo, di sperimentazione accademica>>.
    A scacciare La sperimentazione sono appunto le novità della sua pittura: la sensualità dolorosa per quanto è lancinante, la rapidità delle azioni come nate da uno scatto improvviso, il parossismo dei gesti, la tavolozza inconfondibile. Vivi, fortemente timbrati, spesso stridenti, i colori di Ennio Calabria alternano anche ogni possibile tecnica, la stesura compatta dell’olio, la trasparenza leggera dell’acquarello, lo sfumato proprio del disegno, il lucido industriale delle resine acriliche. Le narrazioni sembrano offrirci ogni volta una sarabanda diversa, un Sabbat tumultuoso (pensato a quella vita agitata e risuonante di follie che è il Sabbat di Maurice Sachs, ma è soltanto una riflessione personale), se non fosse che Ennio è proprio pittore di opposta vitalità: la sua rimane una vitalità mediterranea, ancestrale e radicata nella terra, terre des hommes. Quando vidi per la prima volta il suo grande dipinto con un celebre baritono nelle vesti di Simon Boccanegra nel foyer del Metropolitan di New York ebbi un sobbalzo non tanto perché riconobbi il suo stile e i suoi colori, quanto perché mi accorsi che quel dipinto era diverso da tutti gli altri esposti, era un quadro con uno stile, un quadro prepotente e vivo che imperiosamente si distaccava dalla galleria di personaggi, il solo non celebrativo in quella sede per molti versi aristocratica e illustre.
    Va detto, infatti, che nella missione puntigliosa e accanita che Ennio Calabria ha svolto sul campo per oltre vent’anni, l’enfasi celebrativa è stata puntualmente elusa ogni volta che la sua fantasia era stimolata da un interesse storico o sceglieva di attardarsi sulla cronaca del quotidiano: ritratti di uomini carismatici, raggruppamenti di personaggi di spicco (secondo la moda) del milieu artistico, eventi sconvolgenti (la conquista dello spazio), fatti culturali di grande risonanza. In un dipinto-ricordo della mostra di Moore al Forte di Belvedere, il pittore fuse in un tutt'uno opera d’arte e umanità, sculture e visitatori, sicché uno dei bronzi monumentali si trasformò in volumi e membra umane congiunti in un immenso intreccio erotico.

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